ASPETTI STORICI E ARCHEOLOGICI
NEL MONTIFERRU(1)
di Maria Giovanna Campus
Selci
scheggiate rinvenute nella Sardegna settentrionale, cronologicamente riportate
al Paleolitico Inferiore (4-50.000-150.000 a.C.), costituiscono al momento
la testimonianza più antica della presenza dell'uomo nell'Isola; resti
scheletrici, umani ed animali, provenienti dal territorio di Oliena, confermano
tale presenza nei tempi del Paleolitico Superiore-Mesolitico (datazione al
C14:13590±140 a.C.).
Nel Montiferru sarebbero i microliti in ossidiana e selce (più frequenti
quelli in ossidiana) unitamente, pare, a frammenti di ceramica impressa, che
si raccolgono sui due promontori di Sa Turre e su Puttu e Su Paris de sa Turre
di Santa Caterina di Pittinuri, e quindi nella zona costiera del comune di
Cuglieri, ad attestare per i tempi del Neolitico Antico (VI-V millennio a.C.)
la presenza umana più remota.
Strictu sensu, il Neolitico indica una nuova tecnica, la levigatura, nella
fabbricazione degli utensili in pietra e infatti fu la pietra, l'ossidiana
per la precisione, determinante nel porre la Sardegna al centro degli interessi
commerciali delle genti che gravitavano sul bacino occidentale del Me-diterraneo
favorendone la frequentazione e l'insediamento stabile.
Il Neolitico costituì un vero e proprio sconvolgimento (non a caso
si parla di rivoluzione neolitica) nel modus vivendi dell'uomo di allora che,
non più solo cacciatore, pescatore o raccoglitore di quanto la natura
spontaneamente offriva, e quindi da nomade quale era stato fino ad allora
nella aleatoria ricerca di cibo, diviene agricoltore ed allevatore e comincia
a risiedere stabilmente in un luogo.
In questo contesto si collocano i rinvenimenti effettuati a Narbolia nel sito
archeologico di Su Anzu, nel quale, sin dal Neolitico Medio (IV millennio-3500
a.C.), il suolo pianeggiante e fertile, prossimo al mare e ai declivi del
Montiferru, con opportunità di praticare l'agricoltura, la pesca e
l'allevamento, costituirono fattori senz'altro favorevoli al soggiorno umano.
In
campo religioso il principio femminile terra-madre, evinto dall'osservazione
che la terra produceva quando fecondata dalla pioggia, che le mandrie si moltiplicavano
fecondate dal toro e che la donna diventava madre attraverso processi analoghi,
prevalse dapprima sul complementare principio maschile fecondante, simboleggiato
dalle corna taurine, divenendo centrale nella religione neolitica: tra le
numerose statuette che raffigurano la Dea Madre nuda, steatopigia e con accentuati
attributi sessuali, si colloca quella calcarea da Su Anzu di Narbolia.
Nel Neolitico Recente (3500-2700 a.C.) arriva a compimento e conosce il massimo
sviluppo la cultura di San Michele o di Ozieri, dal sito in cui venne dapprima
individuata: di essa, attestata in quasi tutta l'Isola, conosciamo espressioni
della vita civile e delle credenze religiose, vale a dire villaggi, manufatti
fìttili, pietre sacre, sepolture, ecc. Ascrivibile al contesto culturale
Ozieri è il materiale, in pietra e terracotta, restituito dalla tomba
ipogeica II di Serrugiu a Cuglieri.
Il
perfezionarsi delle credenze, per le quali la morte altro non era che il sonno
eterno, richiese sepolcri duraturi da affidarsi alla solidità della
pietra: di provenienza orientale e diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo,
ma non solo, l'uso di seppellire in grotticelle prodotte artificialmente nella
roccia conobbe in Sardegna, a partire dal Neolitico Medio, ma con maggiore
diffusione nei tempi del Neolitico Recente e in quelli successivi del Calcolitico
(2800-1800 a.C.), espressioni varie e notevolissime, interpretate dalla fantasia
popolare come abitazioni di fate o streghe, le domus de janas.
Dallo scavo di piccole tombe a forno (talora denominate furrighesos e ragione,
al contempo, di tale diffuso toponimo), con pozzetto verticale d'accesso,
si passò a tombe prodotte con scavo orizzontale e articolato in più
ambienti (dromos o vano d'ingresso, anticella e cella per la pratica del culto
ai defunti, cellette di deposizione) talora secondo un preciso disegno planimetrico:
fra esse si annoverano, nel territorio del quale ci occupiamo, la domu II
di Ispinioro di Scano Montiferro e la domu I di Serrugiu di Cuglieri. Di
quest'ultimo ipogeo si conosce, oltre la denominazione di "Spelunca de
Nonna", quella, oggi dimenticata, di "Sa grutta de su rugiu",
la grotta del (colore) rosso, per la presenza di pitture parietali in ocra
rossa, il colore del sangue, simbolo della sopravvivenza alla morte: riteniamo
che sia stata proprio questa seconda denominazione della domu all'origine
del toponimo.