La vasta regione che si estende tra gli altopiani basaltici interni ed il mare, delimitata a nord dalla Planargia, e a sud dal campidano, prende nome dal massiccio complesso vulcanico del Monte Ferru, che con la sua estensione di circa 700 kmq è il più importante gruppo di natura eruttiva della Sardegna.
Esso
nacque nel periodo pliocenico tra enormi sommovimenti della terra, in concomitanza
con le colate laviche del golfo di Orosei e con i tipici vulcanetti di scorie
del Logudoro. La massa più ingente delle sue colate laviche occupa il
settore sud-occidentale. Mentre il corpo centrale è di trachite e fonolite,
al di sopra si sono espanse vaste colate basaltiche, ora frammentate in piccole
placche residue ad andamento orizzontale.
Maestoso nell'aspetto e inconsueto nel paesaggio, il Monte Ferru ha visto le sue selvagge e poderose foreste cedere il passo di fronte ai tagli, agli incendi e al morso del bestiame: assolutamente inadatto all'agricoltura è così diventato un solenne e silenzioso ambiente pastorale.
Ma sulle sue pendici tormentate si aprono da ogni lato, scendendo al piano come raggi di un circolo, profonde incisioni vallive create dall'erosione, dove i chiari tufi della trachite ricompaiono quasi dissepolti dalle viscere della terra: ed è in questi nascondigli impervi e un po'misteriosi che si celano i brandelli dell'antica selva e si rifugiano anche gli ultimi animali scampati all'assalto dell'uomo.
Monte Ferru. Complessa e articolata è l'orografia dell'immenso massiccio che culmina nel Monte Urtigu di 1050 metri di altitudine: da questa vetta, nelle giornate terse e favorevoli si abbraccia con lo sguardo un fantastico panorama di tutta la Sardegna e soprattutto della parte occidentale dall'isola Asinara a nord fino al golfo e alla città di Cagliari a meridione, senza contare le catene , le cime, i laghi, le valli e il mare azzurrissimo che tutto circonda.
Altri picchi come quelli di Monte Entu a forma conica e slanciata sull'orlo di un precipizio, oppure quello del dirupato castello Monte Casteddu Etzu , movimentano lo straordinario paesaggio.Sembra che il nome dell'intero gruppo derivi da una miniera di ferro abbandonata e ormai quasi irriconoscibile, che s'apre a cielo aperto in uno stretto e profondo crepaccio sulle propaggini occidentali della montagna verso Santa Caterina di Pittinuri.
La
copertura vegetale del rilievo varia notevolmente sui diversi versanti. Quasi
del tutto assente verso la cima, ove solo resistono steppa e gariga battute
dai venti, nelle pendici affacciate sul mare si presenta invece come una bella
foresta dove abbonda soprattutto il leccio, sostituita nelle zone più
degradate dall'uomo da una foltissima macchia. Quì domina il corbezzolo,
il quale nel tardo autunno si copre di una infinità di bacche che vanno
dal giallo-verdastro all'arancione e al rosso cupo.Lo accompagnano l'erica e
la calicotome spinosa dalle vistose fioriture primaverili. Ma nel cuore degli
impervi valloni riprende poi il sopravvento la lecceta nella sua forma più
maestosamente arborea, spesso con esemplari vettusti e pittoreschi.
Sul versante interno, ben più fresco ed umido, la flora è profondamente diversa: ai lecci si sostituiscono le roverelle che, specie nelle zone meno accessibili, presentano dimensioni colossali e chioma perfettamente globosa, data la scarsa densità degli esemplari. Nelle zone disboscate si sono diffusi spessi tappeti di felce aquilina, che in autunno divengono color rosso rame.
Isolati compaiono grandi cespugli, alti anche 5 o 6 metri, di spinoso agrifoglio, i cui tronchi diritti serrati e biancastri contrastano piacevolmente con l'immutabile colorazione verde scura delle foglie pungenti, D'autunno allorchè le bacche diventano rosse assumono una incantevole veste magica. Incantevole il bosco della Madonnina dove assieme all'agrifoglio in un rigoglioso bosco di leccio, roverella, corbezzolo, erica pruno e biancospino, vegeta anche un altro prezioso relitto vegetale: il Tasso. Nelle valli sono poi presenti timo, peonia, erica, teucrio, cisto, armenia, asfodelo, ed eliantemo.
L'interesse
floristico del Monte Ferru non finisce però quì, perchè
accanto a belle foreste di sughera vegetano a tratti anche rigogliosi castagneti,
fatto davvero insolito e raro in Sardegna. E a ciò si aggiunga che propio
quì vegetano i più ricchi e diffusi popolamenti di belladonna,
sopratutto nel versante settentrionale del massiccio, dove la nota essenza velenosa
vive abbondante assieme a piante infestanti come rovo, clematide e felce aquilina.
Nelle radure e nei folti felciai, poi, ecco grandi macchioni di rosa selvatica, coperti di fiori delicati in primavera e di bacche sanguigne durante l'autunno.
La
fauna è ben rappresentata da cinghiali, martore, gatti selvatici e lepri.
Tra gli uccelli sono numerosi i colombacci e le ghiandaie, legati alla fruttificazione
delle querce per la loro alimentazione, e le beccacce e i tordi che si cibano
nel passo ottobrino delle bacche di numerosi cespugli, come mirto, ginepro e
lentischio. Molti animali si spostano regolarmente da un versante all'altro
del monte in relazione alle disponibilità alimentari delle varie stagioni,
come il cinghiale che, dopo aver divorato in autunno le ghiande dellaroverella
passa d'inverno a quelle del leccio, non disdegnando nel frattempo le rosse
bacche del corbezzolo.
Assai frequente è anche la pernice sarda, sottoposta purtroppo a intensissimo sfruttamento venatorio:presenti ancora un discreto numero di esemplari , pure il falco pellegrino e lo sparviero. Percorrendo le strade attorno ed entro il massiccio può avvenire di incontrare persino qualche grifone.