Il periodo romano
Dopo la prima
guerra punica, nel 238 a.C., Roma approfitta delle difficoltà interne
dell'acerrima nemica Cartagine per strapparle il dominio della Sardegna: nell'Isola
è l'inizio del susseguirsi, per ben centoventisette armi, di accanite
rivolte da parte delle popolazioni locali, alle quali i Romani rispondono
con altrettante dure repressioni.
La celebrazione nel 111 a.C. dell'ultimo trionfo sui sardi, a seguito delle
vittoriose imprese di Marco Cecilio Metello, segnò il definitivo assoggettamento
dell'Isola alla dominazione romana.
Sotto
Roma la Sardegna conobbe, forse con intensità maggiore che sotto Cartagine,
lo sfruttamento agricolo e minerario del territorio, riscontrabile anche,
per taluni insediamenti, nelle attestazioni di continuità di vita dal
periodo punico a quello romano repubblicano.
Posti cronologicamente tra la fine del II-inizi del I sec. a.C. ed il I sec.
d.C., i sei cippi di confine in trachite rossa provenienti da Cuglieri, dalle
località contermini di Sisiddu (in prossimità di Foghe), Zorgìa
'e Cogu (ad est di Sisiddu), Su Nòmene Malu, Matta Tirìa e Baraggiònes
e recanti memoria degli Euthiciani o Eutychiani, concessionari del latifondo,
e dei confinanti Giddilitani o Ciddilitani, dei ... [M]uthon, dei ...rarri,
degli Uddadhaddar, documentano l'organizzazione a latifondo sin dal periodo
repubblicano, in una zona in cui, peraltro, si imponevano adeguate misure
di controllo per il ruolo antiromano giocato in prima fila durante la rivolta
guidato da Ampsicora.
Nelle ville, che la prospezione archeologica va sempre meglio individuando,
ritroviamo espressioni di tale economia agricola latifondista: strutturate
in maniera tale da consentire l'esecuzione di lavori agricoli e il deposito
di attrezzi e derrate, non mancavano, in quanto residenza a volte stabile
del proprietario o concessionario, di ambienti confortevoli, impianti termali
compresi. Ruderi di ville sono attestati nelle località Salù
di Scano Montiferro, Banzos di Santu Lussurgiu, Monte Entu e Su Anzu di Narbolia
e a Sa Tanca su Anzu e Sisiddo di Cuglieri nel cui territorio, anzi, è
stata localizzata, sulla base delle pur imprecise coordinate geografìche
fornite da Tolomeo, la città romana di Gurulis Nova.
La villa di Sisiddo, i cui ruderi vennero scavati nel 1916 dal Taramelli,
si componeva, forse, di ambienti su due piani come dimostrerebbero tracce
di una scala. Un porticato, sul lato est dell'abitazione, fronteggiava tre
ambienti a pianta rettangolare e altri tre vani erano situati, sempre al piano
terra, sul lato occidentale in cui rimanevano parti della scala. Costruita
in conci calcarei, accuratamente squadrati e lisciati, la villa aveva spesse
murature di oltre mezzo metro.
Nella villa di Su Anzu di Narbolia, in mancanza di uno scavo archeologico
che ne consentirebbe un compiuto rilevamento planimetrico, son ben documentabili
gli ambienti termali. Su di una modesta superfìcie di circa 180 metri
quadrati si riconoscono un ingresso, un frigidarium con vasca absidata nella
parete di fondo e in cui si accedeva mediante gradini, un vano per la distribuzione
dell'acqua, tré ambienti caldi, uno dei quali di pianta semicircolare
con volta decorata a stucchi. Marmi tappezzavano le pareti degli ambienti
e il pavimento del frigidarium era ricoperto da un mosaico policromo.
Una struttura separata da questi ambienti, dai quali distava circa venti metri,
era plausibilmente pertinente all'impianto della villa. Il materiale archeologico
raccolto in superfìcie si colloca tra la seconda metà del I
sec. d.C. ed il VI sec. d.C.
Ruderi di ambienti termali sono stati pure individuati, ancora in territorio
di Narbolia, a Sant'Andrea, mentre i resti di Monte Entu parrebbero pertinenti
all'impianto rustico della villa.
Numerosi altri resti e ritrovamenti concorrono ad arricchire, seppur non completandolo,
il quadro della romanizzazione del Montiferru.
Fra le esigue
testimonianze di età repubblicana, III-I sec. a.C., si collocano: un
villaggio in località Milis Pizzinnu di Milis; nello stesso territorio,
dalle campagne di scavo condotte nel complesso nuragico del Cobulas, un asse
unciale, raffigurante sul dritto la testa di Giano e sul rovescio una prua
di nave; un denario datato ante 123 a.C. (raffigurante, sul dritto, la testa
elmata di Roma e, sul rovescio, Apollo su quadriga con un ramo nella mano
destra e arco e frecce in quella sinistra) cui si aggiungono le più
antiche testimonianze provenienti dalla necropoli cornense di Sa Fossighedda
e Angrone e quelle relative al riutilizzo della domu II di Serrugiu a Cuglieri.
Accanto alla riutilizzazione delle domus de janas, documentata pure a Santu
Lussurgiu nella necropoli di Mazziscula e ancora, a Cuglieri, in quella di
Fanne MassaMussuri, assistiamo al sovrapporsi della presenza romana, in età
imperiale, negli insediamenti nuragici di Porcargios di Santu Lussurgiu, Abbàdigu,
Sulù e Donnigheddu di Scano Montiferro, nei nuraghi Scala e Coa Perdosa
di Seneghe, nuraghe Nani di Tresnuraghes e San Giorgio di Cuglieri nel quale
ultimo, anzi, la frequentazione proseguì in età bizantina come
da richiamo al menologio greco del toponimo; il riutilizzo delle tombe di
giganti è pure provato per quella detta Sas Presones, di Cuglieri,
da cui proviene un piattino in terra sigillata, e per quella di Bingiola,
di Bonàrcado, che restituì vasellame e monete imperiali. Statuette
fìttili femminili, raffiguranti forse Cerere, e monete imperiali furono
rinvenute dall'Angius in un pozzo scavato in una camera del nuraghe Tunis
di Narbolia. Risale al 1967 il recupero nei fondali prospicenti Punta Foghe,
a Tresnuraghes, di un'ancora romana di piombo, attualmente conservata al Museo
Archeologico Nazionale di Sassari.
Pertinenti ad età imperiale, IVsec. d.C., i ritrovamenti, nel 1987,
di monete nella chiesa di San Sebastiano a Milis.
A Bonàrcado, lavori, pur'essi recenti, di sistemazione del parco annesso
alla Basilica di Nostra Signora di Bonacatu, hanno rivelato la presenza di
un villaggio romano, non meglio indagato, sviluppatosi su un preesistente
insediamento nuragico, mentre la demolizione del pavimento nel piccolo Santuario
ha messo in luce la pavimentazione romana, con disegno "a coda di salmone",
pertinente ad una struttura che si ritiene, per l'accurata esecuzione del
reperto, di rilievo storico ed artistico e che si ascrive al 400 d.C.
Campagne di scavo, condotte tra il 1989 ed il 1990, in un'area esterna del
complesso nuragico Cobulas di Milis, hanno posto in luce due capanne, una
a pianta curvilinea e l'altra a pianta subrettangolare. I rinvenimenti nel
vano meridionale della seconda capanna hanno consentito di individuare fasi
di vita poste a cavallo tra il periodo romano imperiale occidentale e quello
bizantino orientale.
Il recente riesame della lapide funeraria, rinvenuta nel 1624 a Cuglieri in
località Su Tonòdiu, e ritenuta per lungo tempo un falso documento
a causa dell'arbitrarietà delle trascrizioni che vennero fatte dell'epigrafe,
ha consentito, per un verso, di dimostrarne l'autenticità, dovendosi
trascrivere come segue il testo dell'iscrizione:
HIC
REQUESCET FA
MVLA DI INBENIA
M.IANV RII D III
MIGRAVIT A SEC
VIVAT IN DNO
AMEN
e leggere: "hic req(ui)escet fa/mula D (e) i Inbenia/m (ensis) ianuarìi
d (ie) III/ migravit a s (a) ec (ulo)/vivat in D (omi) no/ Amen" e per
cui l'epigrafe segnala il luogo di deposizione di Inbenia detta "famula
dei", fedele a Dio, morta il terzo giorno del mese di gennaio, ed esprime
per lei l'augurio di vita eterna nel Signore; per altro verso l'epigrafe fornisce
occasione di riflessione sul luogo di rinvenimento, il colle di Su Tonòdiu,
e valli circostanti, in cui l'indagine archeologica di superfìcie ha
individuato le tracce (resti di vasellame, fìttile e in vetro, frammenti
di tegoloni, ecc.) di una intensa romanizzazione che, sulla base della datazione
proposta per l'iscrizione, si è certamente protratta sino al V-VI sec.
d.C.
Dall'acropoli
di Corchinas, la città di Cornus si estendeva sull'altipiano di Campu
'e Corra, in cui si trovavano il foro ed altri edifìci pubblici; dell'acquedotto,
alimentato dalle sorgenti situate alle pendici del Montiferru, sono state
individuate tracce a Corchinas e Campu 'e Corra; di altri edifìci si
scorgono indistinte rovine a Lenàghe e Sant'Elena, mentre ad Angrone
e Sa Fossighedda, prospiciente il mare, era situata la necropoli.
La riflesione sui resti rende ragionevole ipotizzare che Cornus, oltre ad
essere un importante centro agricolo, fondasse la sua economia anche sui commerci
e sull'artigianato; di intensi traffici commerciali con l'Africa sono prove
sicure le numerose lucerne di fabbricazione africana che si ritrovano nell'area
della città.
Della strada litoranea occidentale che toccava Cornus, collegandola a Bosa
e Tharros, si conservano tracce in prossimità di Pischinappiu, il rudere
di un ponte sul rio Ozzana e tratti della massicciata in regione Sàdala
di Cuglieri, "su caminu usincu".